" L'uomo che ritorna dalla Breccia nel Muro non sarà mai lo stesso dell'uomo che era andato: sarà più saggio ma meno presuntuoso, più felice ma meno soddisfatto di sè, più umile nel riconoscere la sua ignoranza, eppure meglio attrezzato per capire il rapporto tra parole e cose, tra ragionamento sistematico e Mistero insondabile che egli cerca, sempre invano, di comprendere. "
-Aldous Huxley-


E’ stato nel Pleistocene? Nel buio delle caverne, osservando le ombre dei falò così simili ai fuochi danzanti che esplodevano nel cielo? C’è stato un mese, un giorno, un’ora in cui qualcuno scoprì il segreto che legava le piante al cosmo e i ritmi clorofilliani alla Via Lattea…?
E che scoperta era mai questa se non l’eterno invisibile che conduceva con sé gli Dèi, i defunti, gli eroi, i paradisi, gli inferni e l’eternità? Funghi, erbe, cactus non nutrivano più ma medicavano le angosce dello spirito, rovesciavano l’esterno e l’interno permettendo alla mente di entrare nel regno sterminato della sua stessa natura.
Nessuna intuizione, nessuna scoperta, nessuna poesia, nessuna meditazione ha più eguagliato l’attimo in cui le porte della percezione si sono spalancate su questo strano mondo. Certo, il visibile, la “realtà” come ci si ostinava a chiamarla, non perdeva il suo primato ma solo per un motivo: il visibile e l’invisibile non erano separati. Al contrario si nutrivano l’uno dell’altro finchè l’uno non diventava l’altro e tutto il visibile finiva per contenere l’essenza dell’invisibile. Così i ritmi dei cloroplasti e dei mitocondri potevano essere adorati allo stesso modo in cui si adoravano i nomadi sciami di stelle. Il sole, la luna, i buchi neri, le supernove…
Naturalmente nessuno allora avrebbe chiamato droga questo inaspettato ponte tra lo spazio e la natura, tra l’io e le cose. Un ponte che attraversando quattro miliardi di anni ci mostra il nostro vero volto di microrganismi unicellulari, procarioti, eucarioti, archaea, ceduti sulla terra a bordo di qualche oggetto celeste.
Per un tempo infinito queste divine sostanze non hanno avuto confini, superavano lo spazio-tempo rivelando abissi d’immaginazione che l’uomo non sapeva di possedere. Una e cento volte inducevano noi pellegrini e nomadi dell’infinita carovana delle morti e delle rinascite a immergerci in ciò che forse è il sogno segreto della realtà, come una giornata d’estate nel cuore di un profondo inverno; svelare l’invisibile, mescolarvisi fino a diventare un’unica inafferrabile sostanza. Essere ogni forma, essere senza forma. Nulla, vuoto, infinito.
L’invisibile è sempre stato il regno delle sostanze psichedeliche e delle droghe in generale, ciascuna con il suo universo estensibile, con i suoi dèi e con le sue promesse.
Fra tutte le cause di questa splendida immaginazione che le droghe (come chiamarle ormai?) hanno prodotto, la principale è la lingua che esse vorrebbero parlare.
Non potremo mai apprezzare fino in fondo il senso di una parola che si esprimi solo attraverso il volo delle immagini e che si sostituisce a noi finchè noi stessi non diventiamo la parola segreta di una lingua ignota, il logos primigenio nascosto tra i ritmi dei mitocondri e dei cloroplasti. Se la nostra mente è aperta allora questo, invece di precipitarci nello sgomento, ci fa assaporare il senso vertiginoso della libertà.
Possiamo sentirla, ora dissonante ora armoniosa, tracciare di riga in riga la complicata linea della sua melodia attraverso pagine che assumono finalmente l’aspetto di un bellissimo orizzonte d’oro, che sono un orizzonte d’oro.
Non era dunque la lingua a tenerci prigionieri, a richiamarci perpetuamente verso i nomi e le forme trasformando ogni verità in una prigione?
La lingua delle sostanze psicotrope è all’inizio quella dell’inconscio, ci fa trascinare lungo cunicoli pieni di inganni ma poi comincia a tornare indietro, molto indietro verso inimmaginabili confini, facendoci traversare mirabili deserti sui cammelli profumati di spezie e di neve. Questi spazi sono infiniti perché sprofondano nel tempo della memoria. Poi anche la memoria finisce e resta il vuoto lucente e onnipotente di cui l’invisibile era il più umile dei messaggeri.
Se le droghe appartengono all’invisibile, l’invisibile appartiene al sacro e questo spiega il motivo per cui tutte e tre sono ormai scomparse dal mondo: un eccesso di visibilità. A niente oggi è concesso rimanere nella riposante luminosità dell’invisibile. Tutto deve essere illuminato, nominato e disposto in uno spazio tanto artificiale quanto previsto e prevedibile.
Così, divenuta la sontuosa fragilità delle scoperte di quei primi uomini del Pleistocene una memoria inutile, il viaggio nel mondo delle sostanze psicotrope deve per forza procedere a ritroso, come la ricerca di un’antica astronave persa su pianeti senza nome. Da dove provengono, se non da uno spazio irraggiungibile, le voci degli ultimi viaggiatori psichedelici? In quali scaffali polverosi sono finiti come angeli dalle ali ripiegate le ricerche di Gordon Wasson, di Robert Graves, di Alan Watts, di Timothy Leary o di Bergson, sacerdoti di un rito sconosciuto che metteva in relazione il magico volo degli Aborigeni, dei Greci, dei grandi Rishi vedici verso una religione dinamica, con l’estasi prodotta da sostanze inebrianti? Su quali strade si sono persi tutti i diari indiani e i vagabondi del Dharma e i maestri illuminati dal bhang, dalla cannabis e dalla resina infuocata del papavero bianco?
Se l’ossessione del visibile, la sua voracità che occlude gli occhi alle sacre illusioni per seminare l’ombra, ha cancellato ogni traccia dei loro passi nella religione dell’invisibile, possiamo continuare a seguirne le piste in quei deserti inesplorati così come si guarda un’antica carta o si osservano gloriose vestigia.

[da Il tramonto dell'invisibile, ne Il volo magico, di Ugo Leonzio]

nell'Anno LXII del Rinascimento Psichedelico
XXXVIII Anno dall'Estate dell'Amore